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La Consegna

di Adriano Muzzi
Spazio Creativo

"Guardai con occhi estasiati
il cielo fuori dalla mia finestra,
guardai stupito la Via Lattea
e sognai che lei stesse facendo
i miei stessi sogni... "

( Tagore )


"Imputato Shap Novarius, in piedi! Ha qualcosa da dire in sua discolpa prima del giudizio della Corte Suprema?"
"Sì."
"Ha tre minuti per l'esposizione, proceda." L'avvocato dell'accusa, sigillato nella sua nera divisa marziale, mi guardava con un ghigno di derisione. Tutto era già stato deciso.
La stanchezza, anziché anestetizzarmi, graffiava la mia anima come carta vetrata.
"Signori, sono colpevole di tutti i crimini che mi avete attribuito. Però sono contento di esserlo, perché essere distante dalle vostre tetre macchinazioni è per me motivo di grande onore. Spero che questa condanna serva a spezzare le catene del tradizionalismo cieco che annebbia le vostre menti. Spero che questa mia ribellione devii il fiume dell'orrore che ha governato questo mondo per secoli. Sogno di avervi inoculato un virus mortale che vi porti alla distruzione assoluta. Mi auguro che si trovi un'altra via, un altro modo. Sono colpevole e spero che presto lo siano anche gli altri miliardi di persone che soggiogate ogni giorno."

"...come se sapesse che la vera forza che governa la vita degli uomini non è la coercizione ma la comprensione... e la capacità di sognare..."

Mi svegliai all'alba, dopo una notte agitata e piena d'incubi inenarrabili. Il lenzuolo era madido di sudore.
Il sole era appena sorto: un'enorme arancia galleggiante in un mare viola, perfettamente calmo.
Il secondo sole, quello più piccolo, stava emergendo lentamente e le ultime stelle luccicanti sparivano timidamente nel cielo fucsia. C'erano delle nuvole allo zenit, sembravano dei velieri. I bastimenti erano rosso sangue.

Per noi, la mia famiglia, era il giorno della "Consegna".
Avevo lo stomaco dolorante, come se fosse attorcigliato su se stesso, e non riuscii a mangiare nulla.
Mia moglie, anche lei reduce da una notte insonne, si trascinò fino alla cucina.
"Ciao Shap, si è svegliato Mathius?"
"No, Theorin, la sua cameretta è ancora tranquilla." - dissi con un filo di voce tremolante.
"Lo so, è dura per noi oggi. Ma dobbiamo essere fieri di essere stati sorteggiati. Mathius è il prescelto, l'uno su un miliardo. Ne abbiamo già parlato tanto in questi giorni."
"Non voglio sacrificare il mio primogenito. Non lo porterò al Palazzo Governativo, da quei pazzi!"
"Shap! Sono secoli che si compie questo rituale. Sai benissimo che dobbiamo ringraziare i dieci Vecchi per la pace che ormai regna duratura su questo pianeta. Quanti morti ci sarebbero stati se la loro saggezza non ci avesse guidato per tutti questi anni? Quanti ragazzi avrebbero trovato una morte prematura?" - disse urlando. Il collo gli era diventato rosso e una vena pulsava vistosamente.
"Conosco la storia e le tradizioni, amore mio, ma non voglio far morire nostro figlio, di soli tre anni, per dare l'immortalità ad un Vecchio."
Theorin mi volse le spalle e iniziò a singhiozzare.
"Tu non comprendi" - mi disse - "anch'io soffro, che credi? Ma rispetto le regole scritte centinaia d'anni fa."
Uscì sbattendo la porta.

Lo so, lo so. Ma le cose non dovrebbero andare così. Le regole devono essere cambiate. Ci deve essere un altro modo. Non posso accettare questa pace eterna in cambio di mesi d'agonia del mio Mat. Il futuro non è prefissato, non c'è destino tranne quello che costruiamo da noi stessi.

Mi sentii tirare il pantalone del pigiama: era Mathius; assorto nei miei pensieri non l'avevo sentito avvicinare.
"Ciao Mat, come stai stellina?"
"Bene, pa. Fame!" Aveva tre anni, e io dovevo decidere se quello sarebbe stato un altro giorno da "libero" oppure il suo primo giorno di una lenta tortura che lo avrebbe portato alla morte dopo un anno esatto.
"Tieni la scodellina, ti vado a prendere i biscotti con gli orsetti. Siediti qui, intanto."
Mi ricordai quando il mio vicino di casa fu deportato al Palazzo. Io avevo dieci anni e lui tre. Feci la lagna per mesi con mio padre per poter andare a trovarlo.
Sì, i bambini della "Consegna" erano visitabili in certe ore della settimana. La tortura era di dominio pubblico e un vanto per le famiglie coinvolte. I genitori si consolavano pensando ai loro pargoletti come eroi della patria, pietre miliari della non belligeranza. Che assurdità.

Non scorderò mai quella prima visita ai sotterranei governativi. La stanza era enorme e divisa in due da una parete a contenimento energetico. In fila, messi in verticale, come prigionieri pronti alla fucilazione, c'erano i cinquanta sarcofagi di vetro contenenti i bambini. Tubi e fili di sonde penetravano quei corpi inermi. Una macchina piena d'indicatori e schermi luccicanti raccoglieva tutte le terminazioni e preparava, riversandolo in una grossa ampolla, il siero dell'Immortalità. Era come se succhiasse linfa vitale per donarla ai Vecchi. I bambini sarebbero appassiti come spugne al sole dell'equatore.
Gli occhi erano sbarrati, bianchi. La bocca cangiava in varie tipologie di smorfie. Stavano urlando, ma le varie membrane protettive che li separavano da noi non facevano udire niente. Sembrava un film muto dell'orrore di qualche millennio fa.
Gridai io per loro; così forte che mio padre mi dovette trascinare fuori in tutta fretta.
Rimasi per mesi scioccato e poi, con l'aiuto d'assistenti psicomentali, superai l'impasse rimuovendo tutto il possibile. Tutto il nostro lato oscuro. La zona nera della nostra società. Che ora stava riaffiorando prepotentemente.

"Papà, mi stai portando alla festa che mi ha detto mamma?"
La sua manina si perdeva nella mia e mi accorsi che la stavo stringendo troppo, allentai la presa.
"Sì Mat, stiamo andando a una bellissima festa mascherata."
Alla fine del lungo viale alberato c'era il Palazzo Governativo, si sentiva una musica di banda in lontananza. Già immaginavo tutta la gente ammassata di fianco alle scalinate come avvoltoi sulla carcassa della preda. Vi odio tutti.

Tirai Mathius, quasi sollevandolo da terra, per svoltare in un vicolo laterale. Il mio piano di fuga stava iniziando. E, probabilmente, stava finendo la mia libertà.
"Ma pa... Non andiamo dalle maschere? Dobbiamo andare dritti per di là!"
"No, adesso papà ti accompagna in una bella macchina volante, ti mette a ninna e quando ti sveglierai, io e la mamma, saremo lì con te per fare un bel viaggetto. Contento?"
Brividi profondi giocavano a rimpiattino lungo la spina dorsale, ma la mia anima non si era mai sentita meglio, leggera come uno strato monomolecolare di Carbox.
Arrivammo all'hangar dove avevo messo la mia piccola nave con propulsione al plasma, I.A. di VI generazione: "L'Aleph".
"Nave, apri la porta!" - l'intelligenza artificiale, basata su moduli ottici quantistici, dopo il riconoscimento dell'impronta vocale, aprì una fessura nello scafo di lega di Carbox.
"Buongiorno Shap, comandi?" - la voce calda, di sesso indefinito, risuonò nel ventre della navicella. Sarebbe stata la sua caverna protettrice per un po' di tempo.
"Piano A, codice 265342X, start adesso."
La parte superiore della crioculla si alzò automaticamente.
"Mat, adesso fai un po' di sonno, papà resta qui con te."
"Ma io non ho sonno! Festa! Andiamo festa!"
"Dopo, se fai il buono e ti metti sdraiato qui, andiamo dalle mascherine, va bene?"
Qualche giorno prima, in un barlume di lucidità, avevo programmato l'Aleph per lasciare il bambino in uno stato di criosonno e disporsi in un'orbita stabile attorno alla seconda luna Titus. Fino a nuovo ordine.
Mi sanguinava il cuore a vedere il mio bambino così, ma era meglio quella culla fredda che il sarcofago delle torture.
Mia moglie era all'oscuro di tutto, la colpa doveva ricadere solo su di me.

I Tarek, la guardia scelta nazionale, mi trascinarono fuori dal tribunale e mi spinsero verso la nave di traduzione.
Guardai le tre lune allineate nel cielo arancione, per un'ultima volta. Titus mi aspettava impaziente. Non avrebbe atteso a lungo. Il piano per la seconda fuga, la mia, sarebbe iniziato a breve. Il mio amore mi aspettava, in un sonno pieno di sogni bellissimi di un futuro ancora non scritto. Nessuno ha il diritto di decidere la vita e la morte di un qualsiasi essere vivente. Nemmeno io per mio figlio. Nessuno.

"...Io penso che la vera forza che governa la vita degli uomini sia l'amore..."