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Lacrime in una foto

racconto di Veliero (Andrea Girelli)
Spazio Creativo

Cash e Medit mi avevano consigliato di provare il pane di un piccolo emporio nella periferia sud di Estelia, così quando lo scovai sotto una densa pioggia che sapeva di rancido, mi affrettai a entrarvi. Il mio paltò di oglavia aveva risentito del cattivo tempo e appariva consunto dagli anni e dai pocrish. Il proprietario si avvicinò, parlandomi con un irresistibile accento ettish: mi ricordò mio nonno in quel momento.
Anche lui veniva da Ett, e per molte notti le sue fiabe e la sua voce mi avevano accompagnato nel sonno. Risposi direttamente in quell'idioma e il vecchio s'illuminò, quasi abbracciandomi, regalandomi poi il pane più fresco che aveva. Impiegai più di dieci minuti per sopire la sua agitazione. Guardai il bordo caramellato del pane intriso di piccoli semi che ricordavano il sesamo e, in effetti, era molto buono. I coniugi Ditelit avrebbero avuto tutta la mia riconoscenza se fossi tornato a casa; ma io ero lì per morire e forse fu ciò a rendermi più intenso quel pasto.
Giunsi alla sede della GAVETA alle 17:00 in punto, come previsto; pioveva ancora e un dito non coperto si era leggermente scarnificato, rivelando il biancore dell'osso. Presi due ipo-dol per placare il dolore e chiamai l'elevatore automatico. Insieme con me saliva una giovane ragazza, apparentemente sui 22-23 anni, con un top trasparente che mi fece sudare più di una volta. Lei mi guardò con stupore la mano, e balbettai imbarazzato qualcosa sulle piogge acide.
Scese prima di me e, capendo che stavo salendo all'ultimo piano, mi diede un bacio sulla guancia: un gesto carico di comprensione e pietà.
Toccai la gota ancora un poco, a occhi chiusi, penso fossero lacrime quelle che mi scesero dagli occhi, ma sicuramente mi ero ingannato.
Un tecnico della GAVETA mi venne incontro, disse di non preoccuparmi: la morte, come la paura, era un atto naturale e liberatorio. Mi accomodarono in una poltrona nera e ben imbottita, che trovai molto rilassante e con una baroptica m'inocularono un forte anestetico ad azione locale. Vidi, nel riflesso degli occhiali del tecnico, mentre mi aprivano il cranio e ne sentii il rumore quando ne fu poggiato il primo quarto sul vassoio. Poi più niente.
Qualcosa andò male, e non morii. Sono ancora vivo, ho ancora memoria del mio io passato, e questo mi spaventò, mi spaventò sul serio. Non si erano mai verificati casi di questo tipo e ora rischiavo qualcosa di più della morte, rischiavo un collasso neurale, la distruzione cerebrale del mio io. La nostra società non può permettersi la perdita di un'unità fisica, visto che non possiamo più procreare, il numero delle Basi Cerebrali (Bascer) o cervelli, non deve diminuire. Il nostro corpo poteva essere risistemato, era un insieme di composti morfo-sintetici (io più volte mi ero lamentato della scarsa qualità del mio dermylon, cui bastava poco per essere danneggiato, ma una nuova pelle sarebbe costata un enorme spreco di energia), ma non le nostre menti.
Alla fine dell'ultima guerra non avevamo speranza di salvezza, i nostri corpi perivano bruciati da radiazioni e uccisi da gas venefici, e tutti divenimmo sterili. La nostra popolazione si sarebbe estinta nel giro di qualche anno. Ma la GAVETA aveva trovato il modo di preservare il cervello: una rigenerazione totale delle sinapsi e dei collegamenti neurali. Era come dare alla luce il cervello di un bambino, e la compatibilità con un corpo morfo-sintetico aveva decretato la scelta: così poco meno di 36000 aldiani poterono sopravvivere. Tale rigenerazione portava però alla scomparsa dei ricordi e dei pensieri della vita precedente. Moriva un "io" per lasciar posto a uno nuovo.
La "rinascita" era necessaria perché il limite strutturale e fisico del cervello era limitato e anche perché poteva durare, per certe Bascer, fino a 120 anni, i più intorno ai 50, poi la Base Cerebrale iniziava a degenerare e a danneggiarsi irrimediabilmente. Uno speciale apparecchio sondava lo stato di salute mentale e appena si arriva a un valore critico si doveva morire: quante volte sarò morto in 580 anni? Probabilmente almeno una ventina di volte. La mia Bascer non è ottimale, ho 30 anni ed è già da rinnovare. Non mi abituerò mai alla morte, a sapere che per sopravvivere dovrò morire e che tutto quello che di me conosco non esisterà più. Aspirai un'intensa boccata di NicoOro, un trinciato secco e robusto di peli essiccati di pocrish, tossendo poi fortemente. Perchè sono ancora vivo? Di fronte a me c'era Estephan Lidercor, il genio che aveva dato il via alla rigenerazione cerebrale. Certo non era più lui, ma la Bascer è sempre quella, quella di un genio: generazioni di Estephan volti solo a lavorare alla GAVETA per il bene di Aldia. Quando mi mise la mano sulla spalla tremai.
Pensai "ecco! ora mi dirà che il mio cervello è irriparabile, che è destinato a terminare". Avevo una dannata paura, certo per il mio io non cambiava nulla, sarebbe sempre e comunque morto, ma sapere che poi sarebbe rinato in una veste ancora da plasmare, mi dava la speranza della perpetuazione, forse, di un'anima. Lidercor mi fece accomodare nel suo studio, il suo discorso fu breve e illuminante, e per me sconvolgente: "Vedi caro Babilot, esistono lavori che non possono essere svolti nel corso di una vita di un solo uomo, ma in quella di una Bascer per essere più esatti. Il mio pre-Ego di 450 anni fa iniziò a lavorare su una nuova definizione di base cerebrale. Nonostante la rigenerazione cerebrale sia fondamentale per costituire nuove forme di pensiero, esse non saranno mai così diversificate, visto che la Bascer è sempre la stessa. E la diversificazione, la nascita di nuove idee e punti di vista è fondamentale per la crescita e l'evoluzione di una società. Dopo secoli di studi, abbiamo creato una Bascer, totalmente morfo-sintetica, ricavata per interpolazione analitica da più strutture genetiche. Sei nato in laboratorio e il tuo cervello, essendo morfo-sintetico, non può morire, ma non può neanche rigenerarsi, come abbiamo avuto conferma oggi. Lo sapevamo già, ma speravamo che una nuova tecnica a innesto rigenerativo potesse risolvere il problema. La tua Bascer permette quindi un solo utilizzo continuativo. Ti chiederai quale sarà il problema, visto che è, per così dire, immortale; ebbene il tuo cervello non può creare nuovi collegamenti sinaptici e neurali, è un limite fisico delle morfo-sintesi... certo in teoria potremmo rimuoverle manualmente, ma qui parliamo di qualche centinaio di miliardi di collegamenti, per toglierne uno ne danneggeremmo irrimediabilmente qualche milione. Il tuo limite capacitativo non è elevatissimo, ecco perché la tua Bascer a 30 anni è già alla fine... ...non potevamo rischiare che tu danneggiassi te stesso perché ti sentivi diverso dagli altri, così hai vissuto come tutti gli aldiani, ignaro della tua vera natura. Il tuo contributo sociale è stato elevato, anche se non sei nato il genio che speravamo, ma ti siamo tutti grati..." Il professore esitò un attimo, il peggio doveva ancora venire "...fra qualche giorno il tuo carico informativo terminerà. La tua base cerebrale non potrà più creare nuove connessioni e immagazzinare nuovi dati. Rimarrai fermo a un punto nel presente... il tuo pensiero sarà come una foto eterna..."
Guardai Lidercor con odio, la sua freddezza analitica mi era sembrata a tratti colma di cattiveria e perfidia. Più semplicemente invece non voleva decidere del mio destino, dovevo scegliere io come morire. Lidercor poi si sentiva come fosse mio padre e probabilmente lo era, ma come scienziato voleva informarmi sulla mia sorte. Potevo vivere per sempre nella mia "foto eterna" o decidere di morire.
Non ho il coraggio di porre coscientemente fine alla mia unica vita, non sono mai stato un "eroe", e non voglio morire: diamine! Loro hanno fatto il casino, che si assumano le responsabilità del caso, mi mantengano in vita mentre... mentre vegeto! Poi non si sa mai che in futuro... In un paio di minuti mi hanno strappato la mia "anima"... la mia anima perpetua.
Aspetto il mio eterno presente che arriverà da un momento all'altro con un boccone di pane dell'emporio del vecchio ettish, ricordando il suono della voce di quell'uomo che per tanto tempo ho chiamato "nonno" e che adesso non so chi sia e la foto del mio primo amore: Cash. Tutto per illudermi che il piacere che tali elementi sanno infondermi si possa fotografare nella mia mente per sempre, ma forse dovrei smettere di piangere...